Ingegneria Informatica

Il Floppy Disk

Sicuramente a molti di voi nelle vostre case è capitato di ritrovare in qualche scatola dei vecchi Floppy Disk.

Che li abbiate usati da piccoli, da ragazzi, o che abbiate visto i vostri genitori usarli, questi dispositivi hanno segnato la storia dell’informatica, per cui oggi faremo un tuffo nel passato andando a conoscerli meglio e a scoprire come sono fatti.

Un po’ di storia

La nascita del Floppy Disk risale al 1967, dalla necessità di un gruppo di ingegneri americani dipendenti della IBM di dar vita ad un sistema affidabile ed economico per trasferire dati e microcodice all’interno dei loro computer mainframe.

L’idea era inoltre quella di poter estendere l’uso ai propri clienti, in particolare alle grandi aziende, consentendo loro di aggiornare autonomamente le proprie macchine.

Il primo ad apparire fu un piccolo disco magnetico di sola lettura, di circa otto pollici e dalla capienza di 80 KB, il quale tendeva però a sporcarsi molto facilmente, motivo per il quale si scelse di utilizzare un sottile involucro in plastica come protezione.

Un singolo dischetto di questo tipo era in grado di contenere al suo interno l’informazione equivalente di circa 3000 schede perforate.

Nel 1971 l’IBM iniziò a vendere i primi lettori per Floppy Disk, anche se il costo di questi ultimi era ancora molto elevato, motivo per il quale molte macchine continuavano ad utilizzare ancora i nastri magnetici.

Il 1977 fu un anno ricco di novità, in particolare per l’introduzione dell’Apple II, il quale entrò in commercio con due unità per Floppy, chiamate DISK II, per leggere e scrivere informazione.

Da questo momento in poi persone comuni potevano finalmente, in totale autonomia, installare un sistema operativo o un qualunque tipo di software all’interno delle proprie macchine.

 

Negli anni successivi si susseguirono numerosi formati, involucri più o meno rigidi, con l’obiettivo di diminuirne i costi ed incrementarne il corretto funzionamento, permettendo a tutti di farne uso.

L’ultimo formato, quello da 3.5 pollici fu introdotto da Sony nel 1980 e divenne molto presto lo standard del settore, con una capacità massima di 1.44 MB.

Per circa vent’anni i Floppy Disk furono i principali dispositivi di archiviazione utilizzati, fino all’anno 2000, in cui sono apparse nello scenario le chiavi USB.

Grazie all’introduzione di nuovi sistemi di memorizzazione, più economici e dalla maggiore capienza, i Floppy Disk e i CD riscrivibili sono divenuti sempre più obsoleti.

Attualmente sono ancora disponibili sul mercato, ma dal 2009 nessun computer possiede più un lettore di Floppy al suo interno.

 

Come funziona un Floppy Disk

Il Floppy Disk è un disco magnetico dalla capacità ridotta, composto da uno o più piatti in alluminio, i quali sono ricoperti da un sottile strato di materiale ferro-magnetico.

Di base l’informazione viene registrata attraverso un meccanismo di magnetizzazione della superficie del disco, dove in particolare ogni bit occupa una piccola area.

Tale superficie è organizzata in cerchi concentrici che prendono il nome di tracce e ciascuna traccia è suddivisa in blocchi chiamati settori, i quali rappresentano la minima unità di lettura e scrittura.

Per poter leggere e scrivere le informazioni in un settore, abbiamo bisogno di un braccio mobile, che sorregge una testina, la quale grazie al supporto del sistema operativo, viene posizionata sul disco per recuperare le informazioni richieste.

 

 

L’accesso ai dati si articola in tre passi:

  • Inizialmente si deve posizionare la testina sulla traccia giusta e il tempo necessario per compiere questa operazione viene chiamato “seek time”.
  • Successivamente, quando la testina ha raggiunto la traccia corretta, deve attendere che il settore desiderato passi al di sotto, richiedendo un tempo chiamato “latenza di rotazione”.
  • Infine abbiamo il trasferimento vero e proprio dell’informazione, dove chiamiamo “tempo di trasferimento” il tempo impiegato per trasferire un blocco di bit; quest’ultimo è funzione della dimensione del settore, della velocità di rotazione e della densità di memorizzazione delle tracce.

 

Fonti:

  • Libro di testo “Struttura e progetto dei calcolatori”, David A. Patterson, John L.Hennessy
  • IBM – The Floppy Disk
  • Link a delle slide sui principali metodi di archiviazione dell’informazione

 

Valeria Polli
Studentessa di Ingegneria Informatica presso l'Università Tor Vergata di Roma, appassionata di lingue e letterature straniere, amo la fotografia e la mia più grande passione è viaggiare.

    You may also like

    Leave a reply

    Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *